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Italo Svevo

Scrittore dalla formazione varia e complessa, con la compresenza di componenti molto differenti e contraddittorie, Ettore Schmitz (questo il suo vero nome) non si ispirò a un maestro in particolare ma prese da ciascuno gli elementi più adatti alla sua sensibilità e alle sue esigenze.

Padre di origine triestina ed ebraica non scelse comunque per questo lo pseudonimo di Italo Svevo ma per la formazione culturale derivante sia da autori italiani che tedeschi, (o svevi), essendo Trieste allora una città in cui erano confluite tre etnie: austriaca, italiana, slava. Era inoltre il luogo in cui le comunità straniere potevano vivere liberamente grazie all’ “editto di tolleranza” di Giuseppe II d’Asburgo ed è noto che gli ebrei erano temuti per il loro forte potere economico e per le notevoli capacità imprenditoriali.

La città, piuttosto decentrata e periferica ma aperta all’influsso della cultura europea, in particolare a quella mitteleuropea, accoglieva anticipatamente gli indirizzi di pensiero, come quelli della filosofia di Schopenhauer e Nietzsche o i primi studi della psicanalisi di Freud.

Svevo poté approfondire tali studi durante gli anni del suo soggiorno in Germania, dove fu mandato dal padre a studiare presso un istituto commerciale. Qui incontrò Goethe e lo stesso Schopenhauer.

Divenuto padrone della lingua tedesca e avendo completato gli studi rientrò a Trieste e frequentò l’Istituto superiore per il Commercio. In seguito si impiegò nella filiale della Banca Union, dove rimase per diciotto anni.
A Svevo però quel tipo di studi non piaceva, si dedicò pertanto alla lettura dei classici autori francesi come Balzac, Flaubert, Zola e italiani quali Boccaccio, Machiavelli, Carducci. Collaborò al giornale irredentista triestino “L’Indipendente” occupandosi di recensioni teatrali e articoli di stampo filosofico, mentre veniva in contatto con il Positivismo e Darwin.

Abbracciò le idee socialiste e marxiste convincendosi che la società era la causa di un pesante condizionamento sugli esseri umani.
E venne il momento della pubblicazione del primo romanzo “Una vita”, presso l’editore Treves, che gli aveva consigliato di cambiare il titolo originario, Un inetto, poco adatto e di scarsa presa sul pubblico.

L’opera non ebbe successo e ciò fece precipitare l’autore in una profonda crisi “compositiva” che durò parecchi anni. Il tema era quello del piccolo borghese che tenta inutilmente di emanciparsi da una condizione di subalternità sociale, tema questo ancora caratteristico del romanzo naturalista, come la particolareggiata ricostruzione degli ambienti quali la banca, il salotto, il paese, temi che costituiscono lo sfondo della vicenda, la quale, però, è resa originale dalle cause del fallimento del protagonista, che non sono soltanto esterne, legate alle leggi di Darwin della selezione naturale e della lotta per la vita, ma anche soggettive, psicologiche. Alfonso Nitti è un inetto, in bilico tra sogni di grandezza e senso di inferiorità, notevoli aspirazioni spirituali e calcoli egoistici, incapace di integrarsi nell’ambiente borghese in cui vive ma anche di contrapporsi ad esso. Si è spostato dalla campagna a Trieste dove lavora come impiegato di banca e, innamoratosi della figlia del proprietario, non si decide a sposarla pur avendola sedotta. Alla fine si ucciderà, non sopportando le umiliazioni ricevute nell’ambiente di lavoro a causa della sua inettitudine e della scarsa volontà dimostrate.

Alcuni aspetti della personalità del protagonista richiamano le esperienze di vita di Svevo fino all’età di circa trent’anni, impiegato di modesto successo e scrittore non affermato, ma la sua figura denota un conflitto fra se stesso e la «personificazione dell’affermazione schopenhaueriana della vita tanto vicina alla sua negazione», un esempio del carattere flebile e poco consistente di volontà e desideri. Nel 1896 si sposa con Lidia Veneziani, una cugina di famiglia benestante il cui padre possedeva una fabbrica di vernici per imbarcazioni. Tale matrimonio migliorò sia le condizioni economiche di Svevo che il livello del suo ruolo sociale, soprattutto quando il suocero lo fece entrare nella sua ditta. Anche per questi motivi egli abbandonò la scrittura, che lo aveva nuovamente deluso con la pubblicazione del suo secondo romanzo dal titolo Senilità, ignorato anch’esso dalla critica, pur essendo decisamente più avvincente e completo. Si nota qui che l’autore ha letto Ibsen, Tolstoj, Dostoevskij e si è avvicinato al pensiero di Marx, ma soprattutto si è distaccato in modo definitivo dal romanzo naturalista, aprendosi a idee più libere e indipendenti tra le tesi ideologiche e l’invenzione narrativa.

Anche il protagonista di Senilità, Emilio Brentani, è un inetto, impiegato con aspirazioni letterarie che vive con la sorella una vita noiosa, apatica, priva di stimoli. Un’avventura con Angiolina, donna bella e di facili costumi, lo porta a provare una forte passione, pur essendo la donna falsa e traditrice. Chiede aiuto a un amico più “esperto” su come comportarsi ma il risultato è disastroso: i due si innamorano e pure la sorella viene attratta dal Balli. Amalia, per la delusione si suiciderà, mentre Angiolina continuerà la relazione. Ecco che, a questo punto, Emilio ritorna alla sua condizione di inerzia e di «senilità», trascorrendo gli ultimi anni ad attribuire idealmente le doti spirituali della sorella all’amante frivola e capricciosa.
Furono questi gli anni in cui Svevo conobbe James Joyce che insegnava lingua inglese a Trieste presso la Berlitz School, instaurando con lui una profonda amicizia e la stima che quest’ultimo dimostrò nei suoi confronti lo portò riprendere l’attività letteraria.

Tra il 1919 e il 1922, quando aveva ormai sessantadue anni, compose il terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che venne accolto con la medesima freddezza. Joyce, dopo averlo letto lo convinse che l’opera era interessante e pure Montale fu dello stesso parere. Fu a questo punto che la critica dovette prendere atto che Svevo era un autore originale, il cui difetto era forse quello di essere troppo “avanti”. Nacque quindi il “caso Svevo”, sul quale anche lo stesso Montale si era espresso, affermando che lo scrittore aveva la capacità di «riflettere come pochissimi altri gli influssi e gli sbandamenti dell’anima contemporanea»Zeno Cosini è un maturo e agiato commerciante triestino che si rivolge al dott. S, uno psicanalista, per smettere di fumare. Quando però interrompe la terapia, il dottore si vendica pubblicando i ricordi del suo ex-paziente: ciò si legge nella Prefazione, attribuita artatamente al medico. Tutto il romanzo, in seguito, costituisce l’autobiografia di Zeno, dove i fatti e le situazioni non seguono un ordine cronologico ma risultano uniti da temi fondamentali, quali “il fumo”, “la morte di mio padre”, “la moglie e l’amante”,etc…
L’ultimo capitolo, intitolato “Psico-analisi” lo vede guarito e soddisfatto dei successi ottenuti nella professione: per questo smetterà la terapia concludendo che «il cosmo recupererà la salute quando un uomo, un po’ più ammalato degli altri», con un «esplosivo incomparabile», farà esplodere la Terra che «ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie».

Zeno è dunque un fratello di Emilio e di Alfonso, che sono agli antipodi del superuomo dannunziano; è incapace, incerto e pieno di contraddizioni. Passa la vita tra amori irrisolti, ultime sigarette sempre annunciate e mai abbandonate, situazioni lavorative altalenanti, affetto per il padre al quale, però, rende la vita e la morte infelicissime. A differenza degli altri protagonisti Zeno è più brillante, simpatico, meno invischiato in meccanismi psicologici, dotato di un notevole e fine umorismo. Se la sua vita è caratterizzata dalla malattia, nello stesso tempo essa non gli appare né bella né brutta, ma originale, imprevedibile, impossibile da analizzare secondo le logiche di causa-effetto. Scriverà a questo proposito: «Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori».

Il testo scritto in prima persona permette la totale e completa dissoluzione della realtà oggettiva nella coscienza del personaggio. E’ un misto di verità e bugie, di inattendibilità dichiarata del protagonista-narratore: ciò fa venir meno il punto di vista “superiore” e unitario che nei romanzi tradizionali determinava la solidità del mondo rappresentato. Il lessico è ricco di germanismi, termini ratti dai linguaggi settoriali dei vari ambienti quali quello medico, burocratico e commerciale.
Il carattere duro e anti-letterario della prosa costò a Svevo l’accusa di «scriver male» e si adattava alla novità dei temi affrontati. Significative e non casuali le scelte dei nomi dei protagonisti: le donne di tutti tre i romanzi possiedono nomi che iniziano con la lettera «A», l’ultimo con la «Z», per chiudere un cerchio, quello della vita.

Oltre ai tre romanzi lo scrittore triestino lavorò ad articoli, racconti, diari e testi teatrali.
Dopo aver iniziato la composizione del quarto romanzo, intitolato Il vecchione, alcuni racconti e 13 commedie, Svevo morì, in seguito ai postumi di un incidente stradale, il 13 settembre 1928.
Dopo la “scoperta” di Svevo da parte dei critici francesi e di Montale il mondo letterario italiano incominciò ad apprezzarne l’opera ma, fino al secondo dopoguerra, il successo rimase circoscritto a pochi intellettuali.

Il suo essere laico e razionale, infatti, contrastava nettamente con i miti eroici ed estetizzanti che dominavano l’Italia del periodo fascista. Egli poi era di origine ebraica, impostava i suoi personaggi sulle idee di Freud, ritenute indegne di uomini «vivi e attivi» come quelli voluti dal regime.

L’autore cui si accosta meglio è senza dubbio Pirandello: entrambi infatti hanno messo al centro delle loro opere i temi della malattia e dell’alienazione, destrutturando quelli della narrativa naturalistica. L’umorismo è fondamentale per entrambi, anche se quello di Svevo è più leggero e disincantato.
“Vorrei morire da sano dopo aver vissuto tutta una vita da malato”.
(Zeno Cosini) Salute e malattia, vita e morte: questi i tratti salienti della sua poetica.
“La vita è sempre mortale. Non sopporta cure”

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