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Ivana Vaccaroni e il ruolo della scrittura femminile tra Otto e Novecento

Non troppo tempo fa era difficile accedere alla cultura, soprattutto per le donne, mi vengono in mente a questo proposito il film “La Papessa” che racconta la leggenda di una donna Papa di cui si nota forte il contorno con donne camuffate da uomini per accedere a cultura e carriera ecclesiastica e di una donna Faraone, anche lei costretta a rinunciare al suo ruolo di donna per ottenere un potere importante.

In entrambi i casi si tratta di donne fortemente determinate che per raggiungere gli obiettivi
erano costrette a nascondere il loro genere.
Nel suo libro “Il ruolo della donna nella narrativa tra Otto e Novecento”Ivana Vaccaroni ci racconta invece, attraverso storie di donne e aneddoti, il legame con la cultura operato da donne che non hanno rinunciato ad essere se stesse anche se si verifica spesso il camuffarsi tra le pagine. Un percorso affascinante.

Che tipo di donne descrivi?

Bisogna innanzitutto distinguere tra donne scrittrici e donne protagoniste di opere letterarie. Le prime sono determinate, volitive, amanti della cultura e desiderose di scrivere e non necessariamente impegnante a promuovere se stesse o il genere che hanno scelto come quello a loro più consono per esprimersi. Le protagoniste, invece, vanno dalla timida e marginale figura della Longa, moglie e madre della famiglia Malavoglia, a Silvia, simbolo di una femminilità intuita, vagheggiata, protagonista di un amore idealizzato quale quello di Leopardi ma anche a Nora, esempio straordinario di riscatto personale e sociale in Casa di bambola di Ibsen.

Ci sono dei punti di contatto fra questi personaggi in termini caratteriali o di estrazione sociale?

I punti di contatto ci sono e sono sia caratteriali che in ambito sociale. La donna dell’Ottocento è ancora stupita, incredula quando qualcuno si rivolge a lei come autrice e la considera, mentre agli inizi del Novecento tutto si fa più chiaro e il ruolo femminile diventa, a seconda peraltro del genere letterario, meno marginale e più definito. Sia le scrittrici che le donne descritte, partendo da una situazione di totale indifferenza nei loro confronti, non per demeriti ma per svariati motivi che indico con precisione nel saggio (mancanza di soggetti abilitati a sostenere tale ruolo, difficoltà di comunicazione, scarsa attenzione di chi deteneva la cultura o carente propensione delle donne verso la scrittura) acquistano poi fiducia in se stesse e offrono esempi importanti in entrambi i ruoli.

E’ evidente comunque che la situazione è migliorata soprattutto dopo l’unità d’Italia, quando il sud è venuto a contatto con un nord più evoluto e industrializzato e le donne hanno avuto l’occasione per uscire da uno stato di minorità sociale e intellettuale.

La grinta che una donna vissuta nel periodo descritto nel libro mette nella realizzazione di se stessa attraverso la cultura è dovuta a un’esigenza di affermazione? Siamo portati cioè ad eccellere se fortemente stimolati o più per privazione?

Credo che entrambi i fattori concorrano a formare il carattere e la personalità di una donna, in particolare in quelle che, nei tempi passati, hanno dovuto ricorrere persino a degli stratagemmi per farsi notare e affermarsi. Sopra hai citato esempi di donne che hanno espresso se stesse attraverso ruoli precedentemente di esclusiva competenza maschile, vedi la Papessa; nel mio libro ricordo Aurore Dupin che si servì di uno pseudonimo maschile, George Sand, per portare avanti i suoi ideali anticonformisti e moralmente discutibili soprattutto per l’epoca in cui li esprimeva. E fu così anche per l’inglese Ann Evans, conosciuta con il nome di George Eliot per convincere i lettori delle proprie capacità. Direi quindi che gli stimoli non ci sono mai mancati ma, mentre un tempo eravamo forse più accomodanti e rinunciatarie, oggi non ci fermiamo davanti a nulla.

Una curiosità che riguarda il saggio

Nel saggio ho approfondito la storia della prima donna laureata al mondo: si tratta di Elena Cornaro, veneziana, proclamata dottore in filosofia presso l’Università di Padova nel 1678, un primato di cui andare fieri. Un’altra curiosità, a conferma delle difficoltà di affermazione del periodo, tratta Maria Montessori, la prima donna diventata dottore in medicina dovette far intervenire papa Leone XIII per potersi laureare.

Perché l’hai scritto e quale messaggio vuoi inviare al tuo lettore?

Differenti motivazioni mi hanno portato a scrivere questo saggio: mi diletto con la scrittura da parecchi anni e sono un’insegnante di lettere da decenni. Unendo entrambe le esperienze mi sembrava fosse giunto il momento di rendere tutto ciò concreto e di doverlo fare attraverso un tipo di testo, il saggio, e un contenuto che fosse frutto del mio costante studio sia della letteratura sia del mondo femminile. Il messaggio è questo: vorrei contribuire a dare visibilità alle donne per farle brillare “di luce propria” in un campo riservato per troppo tempo al genere maschile.

Come cambia il ruolo della donna oggi nei confronti della cultura a cui possiamo adesso accedere con pochi click, attraverso biblioteche e un costo del libro accessibile a tutti e che forse per questo diamo per scontata?

Il ruolo della donna oggi nei confronti della cultura è decisamente meno marginale, più fattivo e considerato; è vero, basta un piccolo gesto e tutti possiamo accedere in pochi secondi a milioni di dati, soddisfacendo curiosità ataviche. Questo vale sia per gli uomini che per le donne e ciò grazie al fatto che quest’ultime hanno potuto studiare e affermarsi in tutti i campi. Io rifuggo, ad esempio, dalla necessità di usufruire delle “quote rosa”, essendo convinta che il merito non abbia colore. Devo comunque convenire che anche tali espedienti sono serviti a non farci considerare più “il femminile dell’uomo” ma soltanto donne volitive, capaci, determinate e forti.

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