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La Serpe e il Mirto: sfaccettature dell’anima in una Roma misteriosa ed evanescente

La Serpe e il Mirto (1978) è definito un giallo esoterico, è corretto?
Forse sì. Ma La Serpe e il Mirto (1978) è anche molto altro: un mystery, un noir. C’è una Roma misteriosa, evanescente, che esiste parallelamente al mondo quotidiano e attende d’esser percepita. L’Argentina – o meglio il Sudamerica (con il suo «realismo magico») – e il Portogallo-orlo del mondo. E il protagonista, Aguilar Mendes, che li condivide entrambi: un personaggio, volente o nolente, sempre a metà, sospeso tra più universi. Infine, su tutto, il Tempo come entità spiraliforme, che disfa e ricostruisce cicli sempre uguali e sempre differenti (perché una spirale gioca a camuffarsi in circolo). Germi e suggestioni che, pagina dopo pagina, finiscono per rivelare miti e simboli archetipici – si pensi all’Ouroboros-Serpente-Tempo – dall’Antichità dell’Occidente ma anche dalle culture più remote: ad esempio gli antenati delle «vie dei canti» dell’Australia. La Storia delle Religioni, l’Etnologia e l’Etnolinguistica sono il filo conduttore dei miei studi e della mia formazione.

Ci puoi descrivere la trama?
È il racconto del tuffo nel mistero – fino al Mistero dei misteri – di Aguilar Mendes, studioso di letteratura portoghese che, esule dall’Argentina dei militari e dei desaparecidos, è scaraventato negli “oscuri” vicoli di Roma, nel labirinto dei suoi enigmi, millenari e presenti. L’anno è il 1978, siamo al culmine dei cosiddetti «anni di piombo»; l’azione infatti prende il via proprio nella mattina cruciale del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse: da qui in poi Aguilar Mendes verrà travolto dal girotondo del Tempo che, da quel giorno di sangue, lo condurrà avanti e indietro per i continenti, tra figure spettrali, complotti politici, segreti e amori. Incontrerà gli “ospiti” di una strana pensione nel cuore di Roma. Conoscerà epici bravacci che portano il terrore e il carnevale fin dentro il cuore del Brasile. S’imbatterà in santi-teologi dentro i bordelli della Terra del Fuoco, in tre cani usciti dalla bocca dell’Inferno e in un gatto “fatato” per le strade di Oporto. Antenati-Serpente dell’altra parte del mondo ne faranno il loro eletto.
Nel protagonista, Rosario Aguilar Mendes, coesistono le malinconie dolci di Lisbona, l’America Latina del regime e dei carnefici, l’amore e l’angustia. Non è un eroe, non vuole e non può esserlo. È l’uomo delle mille possibilità, e di nessuna; se ne sta seduto obliquamente, in attesa, all’incrocio di tutti i sentieri, di tutte le scelte; sospeso fra i misteri di luoghi e presenze che esistono e scompaiono, per poi riapparire nei sogni, o nei racconti. E nonostante questo – o chissà, proprio per questo – andrà fino al fondo delle cose, là dove le tenebre celano i segreti più grandi, e Lucifero può anche essere semplicemente un vecchio studente pieno di rancore.

Perché hai scritto questo testo?
Mi intrigano i risvolti nascosti del reale, le molteplicità delle “facce” e delle anime dell’uomo. Aguilar Mendes e il suo essere agente-agito del Tempo, immerso nella crudezza dell’attualità e insieme smarrito fra le pieghe della Storia, del Mito, si è fatto largo prepotentemente, frase dopo frase. A volte un libro, un personaggio, sono un’esigenza della nostra vita, qualcosa con la quale dobbiamo necessariamente “fare i conti”. E magari combattere, soffrire, pagina per pagina.

Un libro è come un vestito completo di accessori, se togliamo cappotto e giacca, gioielli e borsa ciò che viene evidente in questo testo possiamo dire sia il rapporto tra vittima e carnefice?
È una chiave del testo, senza dubbio. Non a caso l’immagine “forte” con cui il libro comincia, anche se soltanto evocata, è quella di Aldo Moro rapito dai terroristi. Tuttavia La Serpe e il Mirto (1978) tenta di fornire più livelli di lettura. Oltre la storia pura e semplice – il plot narrativo e le vicende dei vari personaggi – io tento sempre di attrarre chi legge a visitare mondi nuovi, lo invito ad osare punti di vista inconsueti, lo trascino all’interno di mitologie e civiltà sconosciute. Insomma: cerco di spingere chi legge fin sull’orlo del precipizio – là dove agiscono, vagano, sognano i protagonisti delle mie storie.

Stefano Valente è nato nel 1963 a Roma. Fin da piccolo è immerso in un’atmosfera di cultura viva che ruota principalmente attorno alle personalità del nonno paterno, Anton Pietro, Accademico delle Belle Arti di Roma che lo incoraggia ai primi esercizi di disegno, e del padre Donatello, persona poliedrica – architetto, pittore, critico e storico dell’Arte, giornalista – che lo sprona a coltivare la scrittura assecondando, contemporaneamente, l’inclinazione “famigliare” che Stefano ha per il figurativo e la grafica in generale. Laureato in Glottologia, passa dal giornalismo free-lance a collaborazioni e corrispondenze dall’Italia per conto di testate-stampa e stazioni radiofoniche estere (soprattutto in Canada e Portogallo); lavora come sceneggiatore e disegnatore di fumetti, nonché illustratore e traduttore (principalmente dal portoghese e dall’inglese) per alcune case editrici. Dalla metà degli anni ’80 la necessità di canalizzare il flusso creativo senza dispersioni: la scrittura diviene mezzo privilegiato. Vincitore dei premi letterari «Mondolibro» nel 1998 e nel 1999. Tra i titoli pubblicati: il romanzo storico Del Morbo – Una cronaca del 1770 (Serarcangeli, 2004), Premio Athanor; il thriller esoterico Lo Specchio di Orfeo (Barbera, 2008), tradotto anche in Portogallo (O Espelho de Orfeu – Ésquilo Edições); La Serpe e il Mirto (1978), edito da Parallelo45 nel novembre scorso, e Il Delegato Poznan è stanco, un giallo fantascientifico pubblicato (Libromania, luglio 2014).

Nel 2013 ha vinto il premio “Linguaggi Neokulturali” con l’inedito Di altre Metamorfosi, primo su 2046 romanzi, nel quale affronta da nuovi punti di vista la tematica della “pericolosità” e del rifiuto della diversità. Ha curato laboratori di scrittura creativa ed editing testuale per alcune associazioni culturali e agenzie letterarie, fra le quali Il Segnalibro. È stato ospitato con alcune novelle e composizioni poetiche su varie riviste italiane ed estere, letterarie e non. Interessato alla micronarrativa, fiorente soprattutto nei paesi di lingua spagnola e portoghese, cura da anni, come traduttore e non solo, il blog Il Sogno del Minotauro divenuto oramai un riferimento per la microficción internazionale.

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