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La sfida 2010/2011

Gianluca Abbiati e Luca Vanzulli: servono nuovi modelli di business

La diffusione di strumenti come Kindle che in US è stato il prodotto più acquistato su Amazon nel Natale 2009 e la recentissima apparizione di iPad non possono che aiutare la diffusione degli eBook. Il mercato degli Stati Uniti è decisamente molto più avanti rispetto a quello italiano, forse ancora troppo legato a meccanismi editoriali tradizionali e conservativi, è certo che l’editoria dovrà veramente pensare un restyling netto al proprio modello di business.

Se prenderà piede un concetto di internet mobile si apriranno ulteriori spazi, anche in questo campo dovrà valere il concetto innovare per competere, il successo opera sulle strade di cambiamento e tempismo. Anche per noi è tempo di eBook.

Simone Bedetti: ma gli editori sognano pecore elettriche?

“Ci si chiederà se davvero in questo mondo tutto proceda così a rovescio da dover essere continuamente capovolto.” (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

Dall’editore digitale ci si attende sempre qualcosa di tecnologicamente innovativo. Deve sorprendere, trasformare, produrre soluzioni a getto continuo, esercitare ogni forma di sforzo psichico e pensiero laterale per sviare dai canoni, anticipare rivoluzioni, prevedere futuri anteriori. Non bastano competenza sui formati, aggiornamento costante, attenzione ai dettagli, quel che una volta si chiamava un buon artigianato. Per gli editori tradizionali è fin troppo, per lui è solo questo. Intanto questo Paese di facce tristi alza i soliti muri, ricicla arrugginiti meccanismi, trite gerarchie, relazioni più o meno occulte. Tutto corre, ma non scorre. La reazione deve essere un’ulteriore stretta tecnologica? Sviluppare una forma di tossicodipendenza da tecnologia è il destino dell’editore?

Un libro non sarà più un libro, ma un editore resta un editore. Siamo editori, non informatici. Me lo ripeto tutte le mattine davanti allo specchio, mentre codici verdi colano sul vetro. Non è importante come-lo-pubblichiamo, ma ciò-che-pubblichiamo.

Cosa pubblichiamo ora? Qui entriamo nel campo della metafisica, qui oltrepassiamo le anguste porte del tempo per immergerci nella vibrante energia dell’immaginario. Immaginario che non voglio più trattenere, comprimere, strizzare, intubare. Voglio che dilaghi. È la mia missione, la mia natura di editore. Non so a voi, ma a me questo immaginario va stretto, mi agita, mi irrita. Sembra di ascoltare un’unica voce ripetitiva. Non lo nascondo, è più forte di me: odio i premi letterari, gli aperitivi con l’autore, le smorfie malsane degli sconfitti generazionali, l’anoressia esistenziale delle scrittrici maledette, le vite disperate ma redente, le prediche onanistiche, le cerimonie di consacrazione dei nuovi geni, i custodi del Bene, i martiri, gli eruditi raffinati, gli eloquenti parrucconi, gli esordi sorprendenti, gli scrittori noir, i bravi divulgatori. Voglio pubblicare cose che non debbano corrispondere a niente a cui dovrebbero corrispondere, somigliare a niente a cui vorrebbero somigliare. Voglio ascoltare il racconto della costante lotta con le programmazioni genetiche, le pulsioni inconsce, gli istinti e la violenza della specie, le pressioni sociali, gli abissi e le eternità cosmiche. Sono a caccia di immagini.

Parlo di ciò che una volta si chiamava sperimentare e che apparteneva agli artisti, agli scrittori. L’industria culturale li ha annientati. Il cosmo digitale rimette il gioco in mano all’editore. Noi siamo l’avanguardia perché siamo gli unici in grado di fare Rete. L’editore indipendente è snello e agile

Ho una visione disincarnata della Rete, la libertà che trascende la tecnologia stessa nella comunione empatica tra le menti e le anime elettriche. Sogno una nuova cosmogonia, una nuova specie umana.

E sia chiaro: non voglio più ricevere un curriculum che alla voce “Conoscenze informatiche” rechi “Elaborazione testi-word.”

http://area51editore.com/it/component/content/article/60-editoria/431-ma-gli-editori-sognano-pecore-elettriche

Marco Camisani Calzolari: i sommersi e i salvati, storia di un naufragio

La tua nave è in mezzo ad una tempesta violenta che ha squarciato la vela maestra e il motore è in avaria. Di certo non ti salverai se tieni fermo il timone con entrambe le mani, ma forse potrai contenere i danni se butti in mare il non necessario e tieni i nervi saldi.
La rivoluzione di Internet imperversa come una tempesta e molte navi, abituate solo alle calme acque di golfi sicuri, non sono pronte a impugnare i nuovi strumenti.
Internet ha fatto nascere nuovi prodotti che in poco tempo hanno sostituito completamente altri.Ha permesso di fruire contenuti tramite diversi canali distributivi, lasciando all’utente la libertà di scegliere come e con chi condividere.
Nell’era dell’ipercomunicazione compaiono ogni giorno nuovi devices e nuovi strumenti che portano a cambiamenti nei paradigmi consolidati. Alle aziende si richiede di pensare, creare e utilizzare strumenti sempre nuovi, finalizzati all’acquisizione e alla preservazione del vantaggio competitivo. Strumenti certamente molto differenti rispetto alle routine meccaniche e alla curva dell’efficienza legate alle teorie classiche del management.
L’industria del libro, più di altri settori, si è arroccata su una posizione di retroguardia che non può che nuocere a se stessa. Nel nostro Paese, infatti, non c’è ancora un reale e importante interessamento da parte dell’industria editoriale verso queste possibilità di business offerte dalle nuove tecnologie. Perché? Penso che il reale problema sia l’ignoranza tecnologica, ovvero l’incapacità della classe dirigente di comprendere appieno le logiche del nuovo Web e soprattutto la sostanziale pigrizia nell’adottare strumenti differenti. L’unico modo per non venire sommersi da queste logiche è: sperimentare in prima persona per prevedere quello che vorrà il mercato domani.
Sono abbastanza certo che gli eReader rivoluzioneranno il sistema editoriale così come iTunes ha fatto con l’industria musicale e cambieranno il modo di leggere i contenuti spingendo gli editori a costruire nuovi modelli di business.
Il panorama delle case discografiche è un esempio calzante per spiegare quello che sta succedendo all’editoria. L’industria discografica non è andata in crisi a causa degli utenti di Internet che scaricavano gratuitamente la musica in formato digitale. Semmai è andata in crisi l’industria tradizionale, quella legata alla vendita dei CD nei negozi.
Prima, guadagnavano le major grazie ad una rosa di cantanti famosi che vendeva milioni di copie.
Ora, gli introiti delle major non sono più a sei zeri perché il mercato si è diluito in tante piccole realtà, alla costante ricerca di “territori vergini”.  Inoltre, per molti gruppi la Rete ha costituito uno strumento insostituibile per avviare una comunicazione e per essere “visibili” agli altri.
Nel nuovo futuro ogni produttore di contenuti avrà la possibilità di ritagliarsi un pezzo di mercato, una particolare nicchia, sulla quale investire e a cui rivolgersi. Grazie alle nuove tecnologie, gruppi musicali emergenti possono realizzare album di grande qualità. Basta pensare alle migliaia di band emergenti che con poche risorse economiche realizzano registrazioni semi-professionali grazie a software (come Pro Tools o Garage Band) che permettono di incidere senza doversi affidare a uno studio di registrazione esterno.
Questi sono solo alcuni degli effetti della logica della “coda lunga”, teoria ben nota al marketing digitale.
E nonostante le ricerche di settore dimostrino che la quota di mercato della pirateria musicale, dopo l’avvento della tecnologia digitale, sia rimasta pressoché invariata rispetto agli anni ’70 e che dal 2003, da quando è nato iTunes, sono stati venduti oltre nove miliardi di canzoni a pagamento, le grandi case discografiche continuano a osteggiare la distribuzione in Rete senza comprendere che questa è l’unica soluzione da adottare per il futuro del mercato.
Se si prescinde dalle grida di crucifige dei media tradizionali, il mercato discografico così come quello dell’editoria non sono affatto al collasso, ma stanno semplicemente subendo una virata decisiva.
La maggior parte degli esperti riguardo all’andamento economico del settore editoriale ritiene che tra meno di dieci anni gli introiti provenienti dalla vendita dei prodotti digitali oltrepasseranno quelli dei prodotti cartacei, segnando un punto di non ritorno per l’industria del libro. Mi auguro che questa previsione abbia contemplato anche l’editoria italiana che continua a sentirsi minacciata da paure infondate e ostacola il cambiamento.
La tecnologia del futuro per gli eBook va sicuramente nella direzione che hanno intrapreso iPad, Kindle e altri dispositivi hardware con schermi ad altissima definizione. La diffusione di questi devices aiuterà a “allargare” la cultura digitale, a farli arrivare nelle mani degli italiani, offrendo un’esperienza completamente nuova, più interattiva e più intima. iPad, per esempio, permette di leggere e spedire e-mail, importare foto, ascoltare musica, guardare film (anche in HD) oltre che, naturalmente, sfogliare le pagine di un eBook scaricato dalla Rete.
Il libro elettronico non è semplicemente l’equivalente PDF del libro a stampa, ma un contenuto multipiattaforma, costituito da ipertesti e produzioni multimediali.
Se affrontiamo la questione dal punto di vista dei lettori, gli eReader sono più funzionali e più comodi, perché incorporano i vantaggi della carta con i privilegi dei contenuti digitali.
La tecnologia che sta dietro a questi schermi si chiama E-Ink, cioè inchiostro elettronico. Wikipedia lo definisce come “una tecnologia di display progettata per imitare l’aspetto dell’inchiostro su un normale foglio. A differenza di un normale display, che usa una luce posteriore al display per illuminare i pixel, l’E-Ink riflette la luce come un foglio di carta. Questa tecnologia è stata inventata nel 1996 da Joe Jacobson, fondatore di E-Ink.”
Il vantaggio principale degli eReader realizzati con E-Ink è l’alta leggibilità: si legge ottimamente da ogni angolazione e la vista non si affatica. In più l’eBook non muore dimenticato in uno scaffale della libreria: può essere aggiornato e collegato ad altre informazioni/risorse, può essere ripreso, conservato, ripescato ogni volta che l’utente lo vorrà.
Gli e-book, perciò, non sono semplicemente l’evoluzione della carta, ma rappresentano un nuovo modo di lettura, quella tipica del Web, una lettura anarchica, che lascia l’utente libero di saltare da un link all’altro e di interrompere la lettura per dedicarsi a un approfondimento, per poi riprendere da dove aveva lasciato.
In questo senso, l’ eBook rivoluziona il modo di lettura lineare: diventa ipertesto perché rappresenta una raccolta organizzata di contenuti che permettono al lettore di scegliere il punto di partenza della sua lettura/esplorazione, il percorso che vuole seguire e come arrivare alla conclusione. Diventa multimediale perché al testo scritto si aggiungono altre componenti non testuali, come: immagini statiche e in movimento (foto, disegni, illustrazioni, grafici statici o animati, video, animazioni, ricostruzioni 3D), componenti sonore (brani testuali recitati in audio, effetti sonori d’ambiente e musiche).
Recentemente, Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons, è intervenuto al Parlamento italiano per una lectio magistralis sulla libertà di Internet. Egli sostiene che la grande spaccatura che stiamo attraversando attualmente non è tanto una scissione tra vecchio e nuovo, quanto tra diverse generazioni. Tra dinosauri e avatar. Secondo il professore, il vero scontro è tra chi il Web lo vede come uno strumento e chi invece lo percepisce come una minaccia. Per queste ragioni, risulta evidente che non è lo strumento a fare la differenza ma come viene utilizzato.
Le grandi potenzialità dell’editoria elettronica sono tangibili e appetibili, prima tra tutte la riduzione dei costi sia per l’editore sia per l’utente. Eppure gli editori continuano a comportarsi come giurassici che vogliono instaurare una comunicazione bidirezionale con utenti che parlano la lingua Na’vi.
La maggior parte delle avversioni degli editori si nascondono sotto la crociata della difesa della proprietà intellettuale. Lawrence Lessig si batte per una nuova legalità che sia compatibile con il valore della produzione collaborativa dei contenuti e con i nuovi modelli di sviluppo aperti ai parametri creativi del Web. Sempre più autori, musicisti, scrittori e artisti scelgono la strada del copyleft, che si propone come completamento al “diritto d’autore”.  In effetti, il copyleft non rifiuta o rimpiazza il copyright, ma lo trasforma per consentire nuove elaborazioni dell’opera affinché quest’ultima circoli il più ampiamente possibile.
In altre parole, è necessario affrontare senza paura il Web e il suo spirito libertario, imparare a comprendere le dinamiche profonde dell’open source e accettare che i lettori non saranno più solo “lettori”, ma sempre di più “attenti” nella produzione contenutistica, influenzatori di trend e consumi, epigoni del cambiamento socio-culturale in atto.
Penso che il futuro dell’industria del libro sarà guidato da coloro che sapranno coniugare contenuti e strumenti di fruizione, nel tentativo di sviluppare modalità più allettanti e seducenti per i consumatori.
Consiglio alle aziende di buttarsi davvero nel magma mediale in continua evoluzione, pena l’esclusione dai giochi e il rischio (serio) di farsi sommergere e diventare semplici fornitori di contenuti per il capitale economico di qualcun’altro.
Come scriveva Primo Levi, in ogni calamità (perché è così che viene vissuto Internet) ci sono i sommersi e, per fortuna, i salvati.

Alessandro Cecconi: toccare per credere

Forse avevamo davvero bisogno di un oggetto. Di qualcosa di diverso dai tanti prototipi arcaici e poco credibili. Di toccare, insomma, con mano un libro elettronico finalmente leggero e maneggevole, anche se ancora in evoluzione.

È proprio questo il fattore scatenante del periodo di grande fermento vissuto oggi dal mondo dell’eBook, dal quale non torneremo più indietro. E sembrano maturi i tempi perché i libri elettronici acquisiscano piena cittadinanza nell’immaginario della comunità dei lettori, o almeno presso una sua porzione tanto significativa da indirizzare tutti gli altri verso un cambiamento lento ma inevitabile.

Viaggiando in treno e in metropolitana, non è così raro osservare scene che un tempo si sarebbero svolte soltanto in Giappone e in Corea del Sud. Romanzi e giornali sfogliati in formato elettronico, racconti e fumetti fruiti attraverso gli smartphone: queste nuove modalità di lettura di massa significano che l’eBook non è più un’entità fluttuante nella mente di pochi visionari, ma è vivo e vegeto nelle nostre mani, attualizzato in molteplici forme.

Se, a partire dal 2007, il lancio del primo Kindle aveva generato un’esposizione mediatica precedentemente sconosciuta per i libri elettronici, è stato soltanto nel corso di questo 2010 che diversi modelli di eReader sono finiti nelle vetrine dei grandi negozi di elettronica di consumo, e quindi per strada tra la gente.

Persino l’informazione generalista ha finito per accorgersi dell’eBook, e se da un lato non possiamo ancora universalmente identificarlo con un oggetto completamente “evoluto”, dall’altro una determinata categoria di oggetti fisici si fa sempre più riconoscibile in alcuni suoi connotati, a tal punto da generare non più soltanto semplice curiosità, ma addirittura un’attesa che inizia a farsi cosciente e critica.

L’attesa è infatti il sentimento su cui può ormai permettersi di far leva Jeff Bezos, numero uno di Amazon e vero e proprio guru dell’eBook, quando annuncia nuove funzionalità del suo Kindle, oppure quando proclama lo storico sorpasso commerciale delle edizioni elettroniche ai danni di quelle hardcover.

Allo stesso modo, anche un santone digitale più navigato come Steve Jobs ha innescato una fortissima attesa verso l’iPad, un tablet con funzionalità di eReader attorno al quale numerose testate giornalistiche cartacee hanno costruito modelli di business che puntano ad arginare l’ormai annosa emorragia di vendite e di pubblicità che le minaccia da vicino. Nel caso dell’iPad, la scommessa si gioca quasi esclusivamente sulla forza del marchio Apple, per anni ammantato da un’aura di esclusività che ne ha favorito il successo. Si tratta infatti di un dispositivo a cristalli liquidi, molto costoso, basato su software proprietario, e nemmeno troppo pratico. Tuttavia l’iPad è “bello” e molto appariscente, e gli stessi quotidiani (in Italia, La Repubblica e Il Corriere della Sera) ne promuovono l’utilizzo per la fruizione delle loro edizioni elettroniche. Ciò dimostra che non soltanto l’eBook non “uccide” libri e giornali, ma anzi può aiutarli, attraverso nuove modalità di distribuzione che reclamano però un’attenta e adeguata valorizzazione del prodotto editoriale.

È comunque ben evidente il rischio che al centro dell’attenzione rimanga soltanto la tecnologia, e che politiche commerciali miopi si contrappongano all’enorme patrimonio di sperimentazione, ricerca e condivisione attorno al quale si è plasmata l’idea stessa di libro elettronico.

Proprio mentre placano la nostra “sete” di hardware sempre più all’avanguardia, i grandi colossi come Amazon, Sony, Barnes & Noble e Apple perseguono strategie palesemente lesive della libertà dei lettori. Basti pensare, ad esempio, che gli eReader di queste aziende limitano l’acquisto di eBook all’ambito ben circoscritto di walled garden costituiti da pochi domini autorizzati, senza contare le restrizioni temporali poste sui prestiti: ciò li renderà in poco tempo oggetti superati.

L’obbligo di servirci sempre dagli stessi “librai virtuali” rappresenta un paradosso che sarà efficacemente smascherato quando un’offerta realmente concorrenziale di hardware ci permetterà di liberarci dalla nostra euforia da gadget, attraverso un approccio più razionale e maturo. Nel giro di due o tre anni, gli eReader potranno quindi trasformarsi in semplici e comuni strumenti alla portata di tutti, flessibili come fogli di carta. E potremo di nuovo toccare per credere.

http://www.teleread.com/paul-biba/italian-newspapers-and-the-ipad-by-alessandro-cecconi/

Paolo Ciancarini: grandi possibilità e poco coraggio

L’avvento dell’editoria digitale sia per la componente tecnologica dei supporti (eReader e device evoluti come iPad) sia per la componente editoriale (eBook e le piattaforme eCommerce) è ormai evidente. Il problema che ha di fronte l’industria editoriale italiana, specie per la parte di distribuzione commerciale, è complesso e articolato. Sarebbe bene non ripetere gli errori fatti dall’industria musicale, apparentemente diversa ma con notevoli punti di contatto.

Il mio interesse è quello di un lettore ovvero di consumatore di contenuti e, come tale, osservo tre distinte linee di sviluppo delle tecnologie di distribuzione:
– l’edicola digitale personale, cioè la distribuzione di giornali, periodici e fumetti digitali;
– la libreria digitale personale, cioè la distribuzione di libri “di consumo” quali romanzi, instant book o guide, a breve conservazione;
– la biblioteca digitale personale, cioè la distribuzione di libri e testi di riferimento o comunque a lunga conservazione.

Nel mio caso, ad esempio, l’edicola personale mi permette l’accesso a CdR, Repubblica, Foglio, NYT, vari Comics; la libreria personale contiene romanzi gialli o di fantascienza e alcuni saggi; la biblioteca personale contiene testi di riferimento di ingegneria del software, articoli scientifici, grandi classici della letteratura.

L’edicola digitale è quella al momento (secondo semestre 2010) in più tumultuoso divenire; vi accedo grazie ad un iPad. Giornali, periodici e fumetti sono facilmente scaricabili da Internet, in molti casi gratuitamente. Tuttavia, entro pochi mesi o forse settimane, la maggior parte dei contenuti freschi sarà a pagamento. Non è chiaro se ci saranno abbastanza lettori paganti per ciascuna testata digitale: se il mercato non reggerà seguirà un ridimensionamento dell’offerta. È più che possibile che le edicole reali e in generale la distribuzione del materiale venduto in forma cartacea risentiranno economicamente della distribuzione digitale. Certamente le redazioni che creano quotidiani e periodici stanno cambiando; il modo in cui i contenuti sono presentati cerca di sfruttare efficacemente il nuovo medium di lettura (questo è particolarmente evidente per i fumetti) e dunque le edizioni digitali spesso sono più accattivanti di quelle cartacee. Personalmente credo che continuerò a leggere sporadicamente i giornali di carta al bar e i fumetti di carta dal barbiere,ma acquisterò solo contenuti digitali.

La mia libreria digitale è molto meno attiva, a causa del ritardo tecnologico dell’editoria italiana. Nelle reti peer2peer si trovano edizioni pirata dei principali best seller e di molta fantascienza classica, e questo è quanto. I romanzi che ho acquisito li ho caricati su un paio di eReader (possiedo un BeBook e un Boox) e li condivido con la famiglia. Rispetto all’iPad, gli eReader basati su ePaper consumano meno e sopratutto affaticano meno gli occhi, ma non sono adatti né per l’edicola né per la biblioteca digitali, perché è carente la capacità di navigare su Internet. In ogni caso anche qui prevedo di comprare molta meno carta, purché gli editori mi offrano l’edizione digitale a un prezzo ragionevole. Certamente sarebbe essenziale avere una piattaforma di riferimento, uno “store” italiano per l’editoria, digitale e non. Si sente la mancanza in Italia di grandi players della distribuzione digitale, come per esempio Apple o Amazon.

La mia biblioteca digitale è in effetti molto ricca, essendo alimentata da abbonamenti professionali ai principali editori internazionali. La biblioteca consiste di parecchie migliaia di articoli scientifici e qualche centinaio di testi di riferimento; ho raccolto entrambi i tipi di documenti sul mio portatile perché di solito li leggo quando scrivo un lavoro di ricerca, e voglio potervi accedere anche quando non sono online.

Per concludere:
L’edicola digitale è in piena espansione, ma è troppo presto per vedere emergere un modello di business dominante. Chi si occupa di editoria lato produzione dovrebbe sopratutto investire per creare il mercato italiano delle librerie digitali. L’economia delle librerie reali non sarà danneggiata sul medio termine, almeno sino a che l’editoria scolastica non trasmigrerà in massa nel digitale. I dispositivi e i formati dei documenti attuali però non sembrano quelli più adatti per gli studenti. Per avere un impatto forte sulla scuola occorrerà forse un decennio di evoluzione tecnologica o, più probabilmente, un cambio di generazione (25 anni). Infine, vedo più difficile per l’Italia una presenza forte nel campo delle biblioteche digitali, a causa sia della scarsa diffusione della nostra lingua nel mondo sia dell’ignoranza diffusa della lingua inglese, cosa che ci ostacola nel creare contenuti in tale lingua. Probabilmente ci sarebbe spazio per un’editoria digitale internazionale specializzata in “Italian style life” (turismo, moda, cucina, ecc), ma chi ha voglia di provarci?

Francesco Cozzo: un futuro possibile

Non siamo molto distanti dall’esaurimento delle risorse riferite ai vettori energetici fossili e da sedimentazione. Mentre ancora in molte parti del mondo è richiesta e auspicata una crescita economica basata su un modello socio-economico a elevata trasformazione energetica a bassissima efficienza. I miracoli richiesti dalla soddisfazione delle necessità primarie sembrano non tenere conto di quanta evoluzione e capacità di soluzione dei problemi sia stata acquisita proprio nell’ultimo secolo di sviluppo. Una crescita intellettuale esponenziale, che potenzialmente, a prescindere dalle questioni politiche globali o particolari, presenta una “crisi economica” non di povertà produttiva ma viceversa di consumo quindi di eccesso di opulenza e di spreco, sembrerebbe. Siamo in grado, in poche parole, di “produrre” molto di più di quanto siamo in grado di “consumare”. Il tutto all’interno di un modello culturale fermo appunto ai miracoli di lampadine ad incandescenza luminosissime ma a bassissima efficienza. Basti pensare come ciascuna di essa dissipa in calore e non in “luce” la maggior parte dell’energia fornita per la trasformazione. Forse è per questo che stiamo cercando vettori energetici differenti in natura ma assolutamente identici a quelli fossili per quantità e utilizzo. Energie differenti per modelli uguali. Quando il problema del “modello” oltre a essere superato nelle “necessità soddisfatte per tutti” è molto poco evoluto a riguardo del suo scopo ultimo: la felicità. Ritengo a riguardo di questa breve analisi mettere a fuoco tre concetti che ritengo fondamentali. Il primo è sicuramente legato di nuovo a una necessità,  ossia quella del reperimento di vettori energetici tendenzialmente davvero infiniti. In tal modo saremo forse sufficientemente ricchi da non dover più subire il ricatto forse ormai inutile della “virtù delle necessità” favorendo invece quello della “necessità della virtù”. Il secondo è legato all’utilizzo dei vettori energetici in modo estremamente efficiente, dove il concetto di efficienza non deve essere sinonimo di “ristrettezza” piuttosto che di “minimo indispensabile” ma di “massimo felice” come conseguenza di una conoscenza e valore aggiunto intellettuale davvero importante. Il terzo e ultimo ma forse il primo in ordine di importanza e di accensione dei nuovi meccanismi auspicati sopra, è proprio lo studio di un nuovo modello socio-antropologico sostenuto al massimo dall’integrazione della comunicazione globale che sappia mettere al centro dei futuri sviluppi, e quindi di un possibile futuro, la felicità come scopo intesa come benessere, serenità, prosperità, gioia per tutti. In un sistema dove l’efficienza sia centrale quanto appunto distante dalla speculazione e vicina alla centralità dell’energia che per prima dobbiamo imparare a utilizzare di più e al meglio: quella dell’intelligenza e del pensiero.

Marco Crespiatico: editoria e mercato musicale

L’argomento hardware è in forte evoluzione: recentemente abbiamo assistito all’arrivo in Italia del Kindle, alle novità presentate al CES di Las Vegas e all’uscita dell’iPad di Apple. È ancora troppo presto per sapere se le speranze di molti riguardo all’ultimo prodotto citato saranno ben riposte, ma probabilmente alcune cose cambieranno per sempre. Trovo la tecnologia E-Ink abbastanza solida e penso che durerà ancora molto anche in assenza del colore; del resto la leggibilità è unica così come la durata della batteria. I prodotti che utilizzano questa tecnologia devono però riposizionarsi in termini di prezzo: dopo l’arrivo dell’iPad infatti un eReader venduto a 500 euro solo perché è touch e Wi-Fi non è più competitivo. L’eReader in bianco e nero deve stare sotto i 200 euro oppure basarsi su forme di abbonamento.

Su eReader E-Ink le tendenze dell’hardware mi sembrano:

  1. Miglioramento dell’interfaccia di navigazione, grazie anche a un secondo monitor
  2. Compatibilità con tutti i formati
  3. Slot per scheda aggiuntiva
  4. Possibilità di collegamento online

Certo l’iPad permette cose che nessun eReader può fare come scrivere, guardare la posta elettronica, navigare in Internet. La lettura mi è sembrata buona, anche se non allo stesso livello di quella di un eReader E-Ink, avvantaggiata però dalle dimensioni dello schermo, che permettono di leggere più righe nella stessa pagina. In più, il monitor permette di vedere bene anche prodotti a colori o con molte foto, come i quotidiani o le riviste, dove gli eReader sono svantaggiati. La durata della batteria è buona se paragonata ad altri prodotti/gadget elettronici, come gli smartphone, ma irrisoria se paragonata a quella di un eReader. Insomma, in aereo mi porto l’iPad, in montagna preferisco Cybook: sta meglio nello zaino e non devo portarmi il caricabatterie.

Durante il periodo natalizio 2009 abbiamo assistito a un tentativo di spingere la vendita degli eReader attraverso la grande distribuzione e per la prima volta si è parlato di “boom”. Se le vendite sono state interessanti (non lo definirei un boom) certo mancano ancora i contenuti. La possibilità di leggere i PDF ha reso temporaneamente “accettabile” la mancanza in catalogo dei principali editori. La domanda di contenuti è evidenziata dal fatto che oramai sono migliaia i titoli scaricati gratuitamente anche se molti sono di qualità scarsa (l’equivalente delle vecchie fotocopie) ma certo si pone un bel quesito agli editori: si pensa veramente di riuscire a vendere un libro elettronico a 15 o 20 euro, se è identico a quello cartaceo?

Dopo l’uscita dell’iPad abbiamo visto un pò di movimento, ma in senso “tradizionale”, con versioni di quotidiani e riviste pensate per la lettura su iPad. Mi è sembrata migliore la versione americana di Wired, riprogettata allo scopo: altra mentalità e altra capacità di investimento.

Ci aspetta un periodo quindi cruciale, non solo per le vendite degli eReader, ma soprattutto per la definizione delle formule di vendita/abbonamento. Assisteremo a molti passi falsi, ma in ogni caso sarà estremamente stimolante.

Una proposta. Puntando al parallelo con un altro mercato esploso in passato, quando nessuno ci avrebbe scommesso, ovvero quello della musica: perché non proporre mini-pagamenti e mini-testi? Con la carta costa troppo editare singoli articoli o singoli racconti, infatti per giustificare “l’assemblaggio” del volume bisogna creare una raccolta che ne metta insieme un quantitativo significativo, adesso non è più necessario esattamente come non è più necessario vendere l’intero album musicale. Il prezzo 0,99 o 1,99 piace alla gente e si può costruire un mercato di prodotti di facile l’acquisto e scaricamento.

Andreas Formiconi: la mia biblioteca è una tela frattale, la noosfera è una tela frattale

Ho sostenuto che l’intuizione cruciale degli autori di Google sia stata riconoscere che in Internet non è necessario piazzare per forza tutto sugli scaffali prima ma è invece sufficiente lasciare crescere le connessioni ed utilizzarle dopo che queste sono spontaneamente emerse. Insomma, in Internet non servono scaffali.

Ci ho pensato ed ho concluso che non è che gli scaffali siano proprio spariti …
La mia biblioteca è piccola ma ho dovuto etichettare gli scaffali per avere qualche speranza di ritrovare i libri alla svelta.

Sto leggendo “Il Metodo” di Edgar Morin ma devo interrompere perché mi è arrivato un altro libro che voglio leggere subito.

Ho quindi in mano il primo volume, “La natura della Natura”. Dove lo metto? In libreria l’avevo trovato fra i libri di sociologia ma appena sfogliati i sei volumi, m’era parso che fosse più che altro un libro di filosofia. Dopo i primi capitoli mi sono reso conto che stavo facendo il più brillante ripasso delle idee fondamentali della fisica che avevo studiato all’università.

Dunque l’ho trovato nel reparto sociologia, sfogliandolo mi è parso un libro di filosofia ma ci sto ripassando la fisica … Un libro meraviglioso e proprio per questo sostanzialmente inclassificabile.

A pensarci bene, solo le banalità sono facilmente classificabili, e anche quelle non sempre. Ma a che serve alfine, classificare? Per poter ritrovare i libri quando un pensiero me li fa desiderare? E non solo i libri, anche, più in generale, le informazioni. Quando ho trovato la cosa che desidero, che me ne faccio della classificazione? A quel punto la faccenda è un corpo a corpo fra me e la cosa, fra me e il libro.

Mi irrita la pur amata biblioteca qui davanti a me, il libro sempre tra le mani. Mi siedo e mi abbandono ad una fantasia, un Gedankenexperiment.

Ecco, immagino che quelli scaffali, vorrei dire di massello ma invece sono quelli del modello Billy Ikea, fossero di un legno di pasta impalpabile e compenetrabile.

Allora mi alzo e li manipolo, come faccio con le figure su questo iPad, ma nello spazio, come un vero mago. Li afferro e allungo quanto basta e li torco nello spazio in modo da raggiungerli agevolmente. Afferro quello della filosofia e gli impongo una esse, così che incroci quello della sociologia. Ecco, qui ci piazzo “La natura della Natura” poi mi rammento dei capitoli che stavo giusto leggendo e allora curvo gli scaffali in modo che ci passi anche quello della fisica. Fantastico. Ora inizio a respirare.

Mi dedico a questo stasera: disordino la libreria godendomi i significati che via via riscopro quando prendo in mano i libri.

Mi ritrovo poi nella stanza ormai tutta piena di scaffali ramificati. A che serve lo spessore di questi scaffali? Son sì trasparenti ma sono troppi, mi confondo per i segni sovrapposti.

E allora, che gli scaffali siano fili, tenui ma resistenti, e i libri vi stiano appesi. Ecco là, “La natura della Natura”, all’incrocio di tre fili colorati diversamente, quello della filosofia, quello della sociologia e quello della fisica.

Respiro al pensiero che quando riprenderò a leggerlo, altri fili magicamente lo intercetteranno, ogni filo un possibile nuovo accesso a quel libro. Ritrovare un libro, un’idea, sarà uno scherzo, mi basterà toccare lievemente tutti i fili che mi parrà giusto e questi convergeranno inevitabilmente su di lui, e magari anche su pochi altri.

Potrò anche scoprire nuovi libri e nuove cose sfiorando i fili magici, uno qua, uno là, per vedere in quell’intrico accendersi cose e idee insospettate, e talora scoprendo che da vicino ognuna di quelle cose non è altro che addensamento di tela tessuta fra altre cose. Mi paiono quindi più piccole, cose-atomo, ma quando rimpicciolisco me stesso, non dimentichiamo che sono ora un mago, non capisco più a che scala mi trovi, parendomi le cosine cose e la tela sempre la stessa tela. Frattale,  dicono i matematici. La mia biblioteca è una tela frattale. La noosfera è una tela frattale.

Appendice tecnologica

Un piccolo sottoinsieme, pur grande, di quella tela sono magari i miei bookmark in Internet, indirizzi di siti web che mi interessano. I fili della mia tela magica, che come sappiamo hanno ciascuno un nome, ereditato dalle etichette sugli scaffali primordiali, sono le “tag” che ho assegnato ai bookmark. Se sto adoprando tali bookmark con un social network, come per esempio Delicious, allora quel sottoinsieme di tela è una Folksonomia.

Un altro meno piccolo sottoinsieme, pur sempre grande, dei nodi di quella tela magica, sono tutti i siti web esplorati dai motori di ricerca. Le parole e le metaparole rovistate dai web spider sono ancora i fili della mia tela magica, della noosfera.

Epilogo

Un tempo dovevo costruire scaffali per poter ritrovare gli artefatti che rappresentavano le idee più importanti. Si impolveravano ed era tutto un ricostruire perché seguissero il mondo mutevole. Ora, posso lasciare che le rappresentazioni inverse di quelli artefatti, chiamateli pure eBook, vadano a sospendersi nella tela magica insieme a tutte le altre idee possibili, il mio solo pensiero è sufficiente a collocarli nel nodo giusto affinché li possa poi rinvenire.

Giorgio Jannis. Figura e sfondo: il libro e la società connessa

Un secolo dopo le avanguardie artistiche del Novecento, abitiamo ancora dentro modelli di pensiero che non solo concepiscono l’opera come romanticamente formata in modo compiuto dentro la scatola cranica del suo autore, ma hanno in sé una propensione a leggere il fare espressivo come svincolato dal contesto culturale in cui invece appare. Senza voler esasperare i termini, senza voler estremizzare le affermazioni, in fin dei conti i percorsi storici dei linguaggi espressivi più o meno “artistici” appartengono alla cultura generale della nostra epoca, rimane comunque viva l’idea di un “oggetto culturale” in sé conchiuso, capace di veicolare il proprio significato contando solo sulle proprie forze, sulla propria capacità di mettere in scena le circostanze di enunciazione e la relazione comunicativa con il fruitore, che sarebbe meglio da subito chiamare interlocutore.

Nella storia del Novecento troviamo esplicite delle riflessioni teoriche e delle pratiche progettuali e realizzative che minano profondamente questa nostra fiducia, piuttosto ingenua, nella solitudine dell’opera: l’ideologia romantica perde molto del suo significato in un mondo dove molti possono accedere alla fruizione e alla produzione di immaginario nelle forme codificate, abbiamo quindi una democratizzazione dell’autore. L’industria culturale, inoltre, nel suo frammentare e rimescolare i processi produttivi e espositivi delle storie giunge (o permette al nostro pensiero critico di giungere) alla considerazione merceologica del nostro abitare riti e miti che però trovano format di divulgazione mediati dall’intelligenza di chi ragiona in termini di marketing, dando luogo a una Società dello Spettacolo, del simulacro. Ancor di più, l’analisi testuale ha mostrato come il testo, in realtà, sia sempre molti testi, e stiamo parlando proprio del punto di vista autoriale e della sua capacità di riorganizzare il contesto narrativo, piuttosto che concentrare la propria attenzione sul semplice messaggio.

Lungi dall’essere isolato, il testo è nativamente permeabile, attraversato da altre narrazioni, da libri che richiamano altri libri. In una biblioteca tutto si tiene con tutto e tutte le biblioteche del mondo, concepite come luoghi del sapere statico, riecheggiano le une con le altre, nel tessere le forme stabili della Conoscenza.

Il modello biblioteca e l’opera autonoma non sono più sufficienti.

Oggi possiamo letteralmente vedere il farsi della cultura, nei processi dinamici dell’emergere della Conoscenza in Rete, su Web, o su quelle nuove pratiche fisiche rese possibili dall’esistenza della Rete. Rete che, va ribadito, è sempre esistita, come legame tra le persone, tra le collettività, tra i libri e i depositi di conoscenza (memoria interna o esterna a noi) che tra loro tessono trame, e che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno potenziato, facendone emergere gli strati osservabili, il fare concreto umano di condivisione e scambio, il fare cultura che è sempre intercultura.

Di un testo immateriale, slegato dal suo storico supporto cartaceo e in grado di abitare indifferentemente la nuvola dei dispositivi di lettura o nelle Reti di visibilità elettroniche, comprendiamo la sua capacità di ri-giocare la relazione tra la figura e lo sfondo, relazione da cui originariamente sgorga il senso dell’opera, nonché il senso del nostro fruire l’opera, nell’interazione. Anche ragionare al di là della figura dell’Autore, della sua intenzionalità, ci riesce facile insistendo con lo sguardo su paesaggi di pratiche culturali innovative, quali quelle che vediamo ad esempio per prove e errori, sperimentare dall’industria editoriale, alla ricerca di nuovi equilibri e modelli economici di funzionamento, nell’epoca in cui non tanto l’informazione quanto l’attenzione è un bene prezioso, da contendersi.

Proprio questo è il posto dove ci troviamo: nella Grande Conversazione. Non più circoli di intellettuali dell’antica Grecia o cenacoli rinascimentali o avanguardie culturali tratteggiano il valore e la forma degli oggetti della conoscenza , ma in maniera condivisa e collaborativa nella Grande Conversazione stiamo patteggiando tra noi il modello di pensiero con cui pensiamo lo sfondo, il contesto da cui sappiamo dipende il senso enunciato dei messaggi, dei testi, delle opere d’ingegno.

E anche noi procediamo per prove e errori, congetture e confutazioni nel negoziare un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile) di come sia da rappresentare lo sfondo, utilizzando metafore della Rete tecnosociale che richiamano rizomi, città di testi, viabilità delle idee, ambienti artificiali connessi in cui le collettività vivono, la mente che abita dentro e fuori di noi, l’ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni; da questo calderone un giorno nasceranno modelli maggiormente attagliati alla complessità attuale, nativi, e non banali adeguamenti di modi di fare obsoleti.

Agli albori del cinema, i Lumiere cercavano di rendere una realtà teatrale, mentre Georges Melies già sperimentava narrazioni nuove, avendo compreso il montaggio come proprium del linguaggio cinematografico. Inizialmente abbiamo sempre adeguamenti di vecchi format dentro i nuovi linguaggi, ma dovremmo ormai anche aver compreso che proprio in simili situazioni conviene osare qualcosa in più, per avere fiducia poi nella “pubblicazione” del nostro fare, rendere pubblico tramite la Rete, quale garanzia etica di controllo intersoggettivo, di trasparenza, di dialogo e pluralità.

I libri quindi, ma in realtà ogni porzione di contenuto di qualsiasi lunghezza o argomento, su molti media differenti, abita da sempre in Rete e si muove sempre più rapidamente su scala planetaria, innescando conversazioni in tempo reale, connotando di sé relazioni e situazioni.

Il supporto tecnologico che lo veicola, passando dalla lenta carta all’interattivo eReader, diventa come una polla d’acqua nelle terre di risorgiva, dove affiorano in superficie brani di contenuti che circolano comunque in Rete. Il testo che leggiamo su un dispositivo connesso diventa segno e metonimia dello Scibile tutto, segno non solo letterario ma anche concreto in quanto permanentemente connesso con l’insieme, metonimia da interpretare dinamicamente, come capacità dell’opera di restare sintonizzata con il contesto di riferimento (l’ambito del discorso), e magari di cangiar forma e contenuti su pulsione di quello.

Quello che potremmo vedere in poco tempo, e che mi piacerebbe osservare, è la possibilità per il dispositivo di lettura di “campionare” e di riportare quel contesto unico e originale dato dal nostro personale interagire con il testo, la vera situazione di fruizione, riuscendo a tracciare dentro il flusso delle conversazioni in Rete alcune caratteristiche di questa relazione, quali i suoni ambientali, il ritmo e i tempi di lettura, l’insieme delle annotazioni e dei commenti e delle sottolineature del testo. Qualcosa di simile già accade con i nuovi eReader, dove un manuale o un saggio di studio, vivi e cangianti, si modificano sotto i nostri occhi, per mostrarci come altri hanno letto quel testo, come lo hanno sottolineato, in una piena concezione social della tecnologia e della condivisione culturale.

In ogni caso, io ho paura delle idee vecchie, non di quelle nuove.

Franco Leonetti: il Web per conquistare un nuovo lettore

Sul Web il linguaggio, per essere efficace, ha bisogno di essere rapido e semplice, tutto è infatti basato sulla comprensione immediata ma anche su contenuti di livello altrimenti tutte le componenti si solidificano e in meno di un minuto il potenziale lettore ha già cliccato qualcos’altro.

Gli editori, reggenti di parole e cultura, spinti da un business difficile, si sono spesso lasciati corrompere proponendo prodotti facili da vendere legati a personaggi pubblici come biografie di calciatori, cantanti, soubrette, presentatori, perdendo la magia di pubblicare emergenti e scrittori con nuove ispirazioni, pensieri ed emozioni.

Una buona parte di mercato è quindi legata a prodotti preconfezionati e metabolizzabili istantaneamente che garantiscono un buon successo ma schiacciano nuovi talenti e originalità, cosa che ormai è diventata un lusso soprattutto per la microeditoria.

Forse il Web in questo senso potrà rinnovare lo spirito editoriale sviluppando nuove identità e spingendo una crescita culturale provocando un nuovo interessante inizio.

Vito Madaio: l’antibiblioteca

Non discutiamo il fascino del libro classico, specialmente per alcuni generi, ma è fuori discussione che l’eBook è destinato a imporsi nel mondo del lavoro e della formazione.

Anche se ben organizzata, l’accesso a un testo presente in una biblioteca centralizzata, un tempo richiedeva settimane per chi operava in periferia e non sempre tutti i testi erano disponibili. Una volta ottenuto il prestito di un volume, bisognava restituirlo entro un certo tempo prefissato ricorrendo alla fotocopiatura delle sole parti di maggiore interesse. L’eBook spazza via tutti i problemi logistici: pagato l’eventuale diritto di copyright all’autore, un testo in formato eBook diventa una ricchezza immateriale, replicabile e a disposizione di chiunque senza alcun vincolo geografico o temporale.

Adesso possiamo crearci la nostra antibiblioteca: l’insieme dei testi da leggere e già letti memorizzando tutti i contenuti disponibili su una disciplina per utilizzarli gradualmente o per correlare  gli argomenti adiacenti. Una scrivania con più di 10 testi aperti contemporaneamente è una scrivania disordinata, mentre una biblioteca digitale può contenere un numero infinito di testi, consultabili contemporaneamente. La virtualizzazione è un enorme vantaggio per la flessibilità nella gestione, per l’accessibilità contemporanea, per la possibilità di estrarre le parti di maggiore interesse e di aggregarle con parte di altri testi per produrne altri. Nessuno vorrà privarsi del libro che ama, ma per la praticità, l’economicità e la tempestività sarà difficile rinunciare al digitale.

Il libro virtuale già propone vantaggi innegabili che stanno determinando nuove scelte e nuove abitudini come è accaduto con l’avvento della telefonia mobile. Questa è la normale evoluzione del libro e ben vengano tutte le innovazioni che ci consentiranno di disporre con immediatezza di qualsiasi informazione esistente.

Riccardo Mares: il nuovo path? Scrittore>Pubblico

I libri in formato elettronico hanno moltissimi pregi: sono facilmente “trasportabili”, permettono ricerche veloci, si può sottolineare copiare incollare, insomma tutti i pregi del digitale. Personalmente non ho ancora approfondito le piattaforme hardware ma garantisco che passo ore e ore a studiare articoli tecnici sul Web e quando ho un libro “vero” in mano provo una sensazione di benessere, anche i miei poveri occhi, stressati almeno 12 ore al giorno da LCD irriverenti, ringraziano.

È interessante invece fare un punto più filosofico su questo passaggio. Accomunerei le edizioni elettroniche, più o meno protette, per la leggerezza con cui possono essere edite: stampare un libro è costosissimo, conosco decine di avvenenti neo scrittori che ogni giorno lottano per vendere una copia in più, spalleggiando tra un editore che chiede il 50% e siti web che offrono il servizio di stampa a prezzi da best seller prima stampa. Il digitale è leggero, è facile, è immediato.

Il pericolo: l’eliminazione di un passaggio valutativo.

Se prima il path era: scrittore > editore > pubblico.

Oggi il path diventa: scrittore > pubblico.

Il rischio è quello di avere un infinito numero di edizioni di basso valore qualitativo. Non dico che tutti quelli che fanno eBook non valgono. Più volte mi è capitato di leggere sedicenti eBook, magari ben formattati, ma con contenuti banali. Se pensate non è nulla di nuovo. Abbiamo già visto una situazione simile con l’apparizione dei blog. Dal giornalismo inarrivabile delle redazioni alla possibilità di pubblicare online in pochi click e con un pò di savoir fair un pubblico potenzialmente infinito. Un’evoluzione con tante variabili: un giornalismo che ha ridotto la qualità con la scomparsa quasi totale delle grandi firme, in luogo di giovani editorialisti sottopagati, una blogosfera sempre più forte e alcune top star del blog che raccolgono più consenti , e potere, di molti che scrivono sul circuito ciclostilistato. Il potere vero della blogosfera rispetto al giornalismo, quando viene consentito, è il confronto continuo. Chi sceglie di scrivere online accetta la pubblica inquisizione. Chi con coraggio sfida la folla “duepuntoZZero (da non confondere con duepuntozero) apre liberamente la propria piattaforma ai commenti: un pò come nell’arena romana, in attesa di quel pollice dritto o verso.

Sarò un inguaribile romantico ma per me il libro è carta, è tattile, è rumore della carta, è il suo odore, è la lucina della sera sul comodino posizionata bassa per non disturbare. E’ anche la luce che si spegne. L’informazione invece è online. L’informazione oggi è saldamente legata alla dimensione tempo: la carta è lenta, il Web è, come ho scritto sul mio Blog (http://blog.merlinox.com/realtime-live/) e su Blog Magazine (http://www.blogmagazine.net/online-blogmagazine-gennaio-2010/), tempo reale.

Andrea Paravicini: focus sulla scuola

Cominciando a distribuire libri scolastici in formato elettronico avremmo un impatto ecologico positivo, i nostri figli non dovrebbero portare cartelle pesantissime, i costi delle case editrici diminuirebbero e di conseguenza anche il prezzo del libri stessi.

Invece la consultazione interattiva, multimediale e collaborativa passa attraverso un device che potrebbe essere del tipo iPad in modo da navigare sul Web. Basterebbe incentivare l’acquisto di questi PortableScreenPC per tutti gli studenti che ordinano e consultano libri di testo in PDF, e utilizzano strumenti Simil-Office per la produttività personale direttamente sul Web e che sono anche strumenti collaborativi.

La pietra filosofale non è tanto il concetto di eBook ma il fatto di disporre di un device poco ingombrante, ben leggibile, che possa visualizzare contenuti multimediali e navighi in Rete e permetta attività collaborative.

Virginio Sala: nessun Oceano Blu per la grande editoria italiana

Continuo a vedere novità da parte degli operatori informatici (hardware e software) e vedo poco ancora da parte degli editori. Nessuna riflessione innovativa sul ruolo degli editori, sui modi in cui si possono affrontare gli eBook come un’opportunità invece che come un problema. Sento ancora molte posizioni di tipo difensivo e, nel migliore dei casi, puri trasferimenti dei libri di carta in formato digitale. Oppure operazioni molto supponenti come la vendita di una versione elettronica corredata dell’intervista con l’autore magari in formato video ma separata dal libro e a un prezzo superiore.

Non è questo però il modo in cui i “lettori forti” in genere trattano il libro: spesso ne hanno più di uno aperto contemporaneamente, sono interessati a collegamenti fra più testi, a confronti, non semplicemente alla possibilità di annotare o evidenziare il singolo testo. Avevamo già pensato a qualcosa di simile con il Saggiatore quando avevamo iniziato Res Cogitans: volevamo usare come metafora la biblioteca e non il singolo libro. È solo una nicchia, ma è la nicchia dei lettori più forti e quella culturalmente più interessante e forse anche economicamente, anche se si trovano sulla “coda lunga”. 

Roberto Vacca: eBook, analisi e considerazioni sulla qualità

Negli ultimi anni ‘70 proposi a un noto editore di produrre libri registrati in audio su cassetta. Sembrava interessato, descrissi l’iniziativa, invece il progetto non andò a buon fine e interrompemmo i rapporti, successivamente poi produsse una dozzina di titoli e non ebbero successo, forse anche per un errore nella scelta dei contenuti. Oggi con il software di Anastasis è possibile ascoltare la lettura di testi digitali in varie lingue.

Nel 1986 dedicai un capitolo del mio libro “Rinascimento Prossimo Venturo” all’editoria elettronica su video e nel 2000 misi online (www.printandread.com) alcuni miei libri in italiano e in inglese, che continuo a offrire.

Attualmente mi accade ogni tanto di scaricare da Web libri con vari livelli di qualità. Google ha digitalizzato in forma molto rozza ogni sorta di libri per i quali sono scaduti i diritti di autore. Leggerli in formati sciatti e pieni di errori di stampa è disagevole, ma consultarli per controllare una citazione è utile e gratuito. Ho recentemente utilizzato vari tipi di eReader e non sono spiacevoli anche se la prospettiva di avere un altro gadget per leggere libri non è attraente. Mi ricorda un racconto di Asimov in cui un personaggio inventava un gadget che permetteva la lettura di un testo. Era leggero, maneggevole, si poteva accedere istantaneamente a ogni parte dell’opera senza attendere riavvolgimento di nastri, non aveva bisogno di alimentazione elettrica, né di pile. Era ovviamente un libro tradizionale. Disporre di testo in forma digitale può essere molto comodo: si trasmettono via e-mail, si stampano parti, si consultano sullo schermo. Sono, però, maledetti dagli insulsi cambiamenti di formato. Nel mio computer ho testi in Word registrati negli anni ‘90 e non possono essere letti da Word 2003, sono costretto a tradurli utilizzando un vecchio computer. È un ostacolo ridicolo e indebito: un fornitore di SW dovrebbe garantire la compatibilità bidirezionale dei suoi stessi prodotti. Quando ritrovo miei testi antichi scritti in Oliword su un M28 degli anni ‘80 devo tradurli (su vecchio computer) da otx in ascii, poi da ascii in txt e finalmente in RTF o in Word. Questa tecnologia, dunque, è ostile e contorta. I libri della mia biblioteca, invece, li posso leggere tutti, dal mio incunabolo di Luca Pacioli del 1496 a quelli stampati ieri dopo 514 anni. Con le email antiche da .eml in poi, si verificano guai noti a tutti. La mia prudenza ha evitato la perdita di dati e testi a causa di guasti nei dischi magnetici. Ho ancora alcuni floppy da 5 pollici e ¼ e molti sono ancora leggibili, ma alcuni no. I fabbricanti, dunque, non proteggono i nostri investimenti. Obiettano che i loro prezzi continuano a scendere tanto che i nuovi supporti, molto più efficienti di quelli antichi, sono, a tutti gli effetti, gratuiti. È falso: il costo di tempo per trasferire i dati vecchi su supporti nuovi è considerevole, quando mi ci sobbarco, mi sembra di essere un amanuense antico. Vincono ancora i libri di carta: quando ne sono state stampate migliaia di copie non è troppo arduo ritrovarne almeno una. Mi pare di aver sentito che varie registrazioni di imprese spaziali della NASA sono andate perse o si sono degradate gravemente.

È invalsa l’abitudine da parte di molti di aggiungere a loro messaggi una nota: “Se non è essenziale, non stampate questo documento per proteggere l’ambiente”. Lo trovo irritante. Decido io cosa stampare, anche se non trovo disagevole leggere un libro intero sullo schermo da 22 pollici di un laptop, soprattutto se uno sta attaccato al laptop già varie ore al giorno per lavoro o per comunicare.

Bisogna stare attenti a non lasciarsi invischiare nell’uso compulsivo e irrinunciabile di gadget. So bene che potrei avere connessione mobile con ADSL e scaricare posta, giornali, film, telegiornali, intrattenimento TV dovunque io sia. Nessuno mi obbliga a farlo. Ridimensioniamo il concetto stesso di urgenza. Quando lavoro o comunico con persone che per me sono importanti, non mi piace incontrare ostacoli. Però ogni tanto stacco: smetto di lavorare e non sento alcun imperativo di comunicare subito ad altri l’ultima idea che mi è venuta in mente. Meglio rilassarsi e meditare. Dopo una pausa chiarificatrice, i miei messaggi saranno migliori. Se altri ha urgenza di comunicarmi qualcosa, spesso mi accorgo che non condivido affatto quell’urgenza.

I gadget di ogni tipo, infine, possono degradare le nostre capacità di memoria. Platone nel Fedro racconta del Dio egiziano Theuthche inventò la scrittura e presentò l’invenzione al re Thamus. Il re lo biasimò duramente: ora la gente non avrebbe più coltivato la memoria, avrebbe scritto le nozioni nuove invece di impararle. Avrebbe creduto così di sapere tanto, mentre non sapeva niente. Ogni tanto mi telefona un amico: “Ho perso il cellulare in cui avevo registrato la rubrica, puoi ridarmi il tuo numero?” Io, invece, ho fatto il bagno al mare col cellulare in tasca. È andato distrutto, ma non avevo registrato alcun numero. I 200 numeri di telefono che chiamo più spesso li conosco a memoria. Quelli che uso più raramente sono scritti su carta, in copie multiple.

Taluno disprezza gli eBook perché non danno la bella sensazione tattile della carta delle belle edizioni. Dissento: tengo di più ai contenuti che ai contenitori. Dovremmo sforzarci di più a scrivere bene su cose interessanti e non abbandonarci a leggere testi irrilevanti e improvvisati sull’ultimo supporto appena inventato.

Scarica gratuitamente da InBook il libro sull’editoria digitale eBook né carta né web.

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