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Per lo scrittore Stefano Valente il libro è un’avventura

Grazie a Stefano Valente per aver intriso di idee e pensieri questa intervista.

Perché scrivere un libro?

Raccontare una storia, scrivere un romanzo, è il punto finale di una maturazione interiore: quando cioè un bagaglio di esperienze, suggestioni, idee, letture, cresce fino a straripare all’interno di noi stessi. È quanto mi succede. Probabilmente è anche quello che mi “obbliga” ad affrontare il difficile lavoro di un romanzo. Che per me va di pari passo con il dover narrare una storia “altra”, che imponga riflessioni o tenti di stimolare punti di vista alternativi. C’è poi l’elemento narrativo puro, o se si vuole visionario: a volte l’immagine di una scena si materializza nella mente e mi spinge a costruire un’intera storia: è talmente “forte” da dar origine a un intero impianto narrativo. Mi è accaduto col romanzo storico Del Morbo – Una cronaca del 1770: qui la scrittura ha preso il via dall’apocalittica visione finale del libro; da quella, a poco a poco, hanno preso vita ambientazioni, personaggi, trama. In ogni caso la genesi di un romanzo ha sempre un sapore magico, è quasi inafferrabile e fragilissima: mi piace paragonarla all’inseguimento di una farfalla rara e sconosciuta, per territori altrettanto ignoti. Scrivere in fondo è intraprendere un viaggio, una nuova avventura…

Quali sono le difficoltà della pubblicazione?

Questa sì che è un’avventura! Il panorama editoriale italiano oggi è difficile e, per certi versi, scoraggiante. Più di 6.000 case editrici che, fra l’essere sepolte sotto valanghe di manoscritti e il tentativo di “restare a galla” come imprese, finiscono, a mio avviso, per perdere di vista quello che dovrebbe essere il vero ruolo dell’editoria nella società: quello di “motore culturale”. Il risultato è una miriade di titoli che, il più delle volte, non lascia il segno. Oggi è difficile catturare la curiosità di un editore. La mia scrittura, ad esempio, è aperta a contaminazioni, amo fondere e incrociare strutture narrative diverse, ricerco le modulazioni dell’oralità. Ma l’editore italiano, se da un lato non ama affatto “rischiare”, investire in stili innovativi, dall’altro pare focalizzarsi su testi standardizzati, sul “già visto”…

Trovi che l’editoria sia alla ricerca di contenuti di qualità o commerciali?

Non posso generalizzare, ma l’impressione (e mi riallaccio alla risposta precedente) è che si prediligano i testi cosiddetti «mainstream», che l’editore stia sempre più diventando venditore, e sia sempre meno veicolo culturale. La speranza è di essere contraddetto dai fatti, ovviamente.

Come si vende un libro, vendendo il contenuto o il personaggio-autore?

Mi piacerebbe che fosse il contenuto a “muovere” un libro. Perché leggere è immergersi totalmente in un altro universo, nella vita dei personaggi della storia: l’autore dovrebbe sparire dietro le sue frasi. Però (e qui dico una banalità) le dinamiche commerciali premiano il personaggio: e infatti ditemi se, in Italia, esiste qualche personaggio pubblico che, presto o tardi, non abbia scritto il suo bel romanzo… Insomma: la vita del povero esordiente è davvero dura!

E’ più difficile scrivere/pubblicare o promuovere/vendere?

Credo che l’autore debba dare comunque precedenza all’impegno creativo, al “lavoro d’officina” che la scrittura rappresenta. La fase della promozione e della vendita dovrebbe competere agli agenti letterari e agli editori. Purtroppo però anche questa divisione di ruoli sembra in via d’estinzione. Almeno per gli autori al di fuori dei circuiti dei bestseller (ossia la stragrande maggioranza). E qui non parlo dell’enorme “sottobosco” di pseudo-editori e pseudo-agenzie letterarie che offrono schede di lettura e servizi vari a pagamento, una realtà che all’estero fa raccapriccio… Un piccolo aiuto – da non sopravvalutare, secondo me: perché la pubblicità sui media tradizionali in Italia resta ancora il mezzo di diffusione fondamentale – viene all’autore dai social network, dai blog e siti personali (il mio è www.stefanovalente.com), dalla presenza e dall’attività letteraria sulla rete. Si tratta di una forma di comunicazione alternativa – rapida, sintetica, comoda – che però non può sostituirsi al contatto vero e proprio, tra persone in carne e ossa. Con i social c’è l’enorme vantaggio di superare i confini e le distanze, di poter dialogare in tempo reale con conoscenti che vivono dall’altra parte del mondo (io, ad esempio, ho molti contatti con altri scrittori dell’America Latina e dei Paesi di lingua portoghese – in special modo con autori che praticano il genere della cosiddetta microficción, il racconto breve e brevissimo, narrativa di grande impatto in Sudamerica; ho un blog dedicato a questo: Il Sogno del Minotauro). Ma il valore dell’incontro, del potersi parlare e ascoltare “fisicamente”, non può essere in alcun modo sostituito.

Stefano Valente è nato nel 1963 a Roma. Fin da piccolo è immerso in un’atmosfera di cultura viva che ruota principalmente attorno alle personalità del nonno paterno, Anton Pietro, Accademico delle Belle Arti di Roma che lo incoraggia ai primi esercizi di disegno, e del padre Donatello, persona poliedrica – architetto, pittore, critico e storico dell’Arte, giornalista – che lo sprona a coltivare la scrittura assecondando, contemporaneamente, l’inclinazione “famigliare” che Stefano ha per il figurativo e la grafica in generale. Laureato in Glottologia, passa dal giornalismo free-lance a collaborazioni e corrispondenze dall’Italia per conto di testate-stampa e stazioni radiofoniche estere (soprattutto in Canada e Portogallo); lavora come sceneggiatore e disegnatore di fumetti, nonché illustratore e traduttore (principalmente dal portoghese e dall’inglese) per alcune case editrici. Dalla metà degli anni ’80 la necessità di canalizzare il flusso creativo senza dispersioni: la scrittura diviene mezzo privilegiato. Vincitore dei premi letterari «Mondolibro» nel 1998 e nel 1999. Tra i titoli pubblicati: il romanzo storico Del Morbo – Una cronaca del 1770 (Serarcangeli, 2004), Premio Athanor; il thriller esoterico Lo Specchio di Orfeo (Barbera, 2008), tradotto anche in Portogallo (O Espelho de Orfeu – Ésquilo Edições); La Serpe e il Mirto (1978), edito da Parallelo45 nel novembre scorso, e Il Delegato Poznan è stanco, un giallo fantascientifico pubblicato (Libromania, luglio 2014).

Nel 2013 ha vinto il premio “Linguaggi Neokulturali” con l’inedito Di altre Metamorfosi, primo su 2046 romanzi, nel quale affronta da nuovi punti di vista la tematica della “pericolosità” e del rifiuto della diversità. Ha curato laboratori di scrittura creativa ed editing testuale per alcune associazioni culturali e agenzie letterarie, fra le quali Il Segnalibro. È stato ospitato con alcune novelle e composizioni poetiche su varie riviste italiane ed estere, letterarie e non. Interessato alla micronarrativa, fiorente soprattutto nei paesi di lingua spagnola e portoghese, cura da anni, come traduttore e non solo, il blog Il Sogno del Minotauro divenuto oramai un riferimento per la microficción internazionale.

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